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Gli elefanti (liberamente ispirato a “Dejame que te cuente” di Jorge Bucay)

Ti è mai capitato, magari da piccolo di andare al Circo? Se ti è successo, forse hai visto gli elefanti.

E vedendoli, magari ti sei domandato per quale ragione una semplice cordicella legata alla loro caviglia era sufficiente per evitare che si allontanassero: bestioni di più di sei tonnellate che se ne stavano lì, buoni buoni, attaccati ad una fune sottile che avrebbero potuto spezzare in qualsiasi momento senza alcuno sforzo! Perché accade? Perché non lo fanno? È tutta suggestione. Quando sono cuccioli, per addomesticarli, gli elefanti vengono legati a grossi pali con pesantissime catene di acciaio, catene molto più massicce di quelle che sarebbero sufficienti per immobilizzarli. Nei primi mesi di vita, i piccoli elefanti provano con tutte le loro forze a liberarsi e, ovviamente, non riescono a generare nemmeno il più piccolo cambiamento. Allora, dopo un certo numero di tentativi, imparano che, per quanto si sforzino di romperle, le catene sono indistruttibili. Quando arriva questo momento, gli addestratori tolgono le catene e le sostituiscono con delle funi. È vero che le corde sono molto più deboli delle catene e che gli elefanti potrebbero spezzarle con facilità, ma gli addestratori le usano solo quando gli elefanti hanno imparato che fuggire è impossibile. Non è la corda ad impedire la fuga, ma la loro mente: come diceva Stephen Biko, un patriota sudafricano dell’epoca dell’apartheid, “l’arma più potente che hanno gli oppressori è la mente degli oppressi”.

Ecco perché la consapevolezza è importante. Se pensi di poter fare una cosa, anche se in teoria sembra impossibile, spesso ci riesci. Se invece pensi di non poterla fare non ci riuscirai mai, perché non ci proverai nemmeno.

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