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Il volo di Icaro, il viaggio di Ulisse. Come muoversi nella formazione?

Che cos’è la formazione? Pensate ad un viaggio. C’è un luogo da cui si parte e un posto dove si desidera arrivare. Fra questi c’è una strada. 

Per alcuni la strada separa il punto di partenza dal punto di arrivo, per altri la strada unisce le due località. Per i primi il viaggio è un fastidio, è ciò che impedisce di essere già arrivati dove si vorrebbe: la strada, per loro, va fatta in fretta, prima possibile perché ciò che è importante è giungere, approdare. Per gli altri il viaggio è una gioia. Vanno lentamente perché vogliono vedere e assaporare quello che si trova lungo il cammino, vogliono arrivare, certo, in un luogo preciso come i primi, ma la meta, per loro, è altrettanto importante del percorso che ce li porta. Gli uni sono turisti, gli altri viaggiatori.

Coloro per i quali la strada è una separazione sono centrati sul risultato finale da raggiungere. Sono come Icaro in fuga dal labirinto: vuole volare come un uccello, lui adolescente frettoloso, e per farlo non ascolta le raccomandazioni del padre che ha scoperto la maniera per riuscirci. Vuole librarsi verso il cielo e vuole farlo subito, e ne paga fatalmente il prezzo. Quelli per cui la strada è un congiungimento si occupano un po’ del risultato e molto del procedimento che permetterà di ottenerlo. Queste persone sono come Ulisse in viaggio verso Itaca: vuole arrivare a casa, ma per farlo impiega molti anni perché è interessato alle ricchezze, alle esperienze e alle conoscenze che può raccogliere durante la sua navigazione.

La formazione è un po’ così. Molti vogliono usarla solo per ottenere un risultato: un diploma, una qualifica, la possibilità di un lavoro. Il percorso formativo per loro è un sacrificio, è il prezzo che bisogna pagare per arrivare. Un corso è, per costoro, tempo essenzialmente perso: chiedono formule, metodi, cercano qualcuno che spieghi loro, velocemente, come si fa a rispondere alle difficoltà che immaginano sopraggiungere con il futuro. Il loro criterio per misurare l’apprendimento è, sopra ogni altra cosa, imparare. Per altri la formazione serve soprattutto per una crescita personale e solo secondariamente per giungere ad un risultato concreto, sia pure importante. Il processo di formazione, per loro, è una gioia, sono dispiaciuti quando sta per terminare. Non è un costo, ma un investimento e un guadagno: non pagano, incassano. E il tempo che ci vuole per raggiungere l’obiettivo del loro impegno non è perso, è speso: chiedono qualità, cura, attenzione, ascolto dei bisogni di apprendimento che sentono, cercano qualcuno che faccia capire loro, per bene, come si è, come si deve essere per rispondere alle condizioni che troveranno nel loro futuro. Il criterio che essi utilizzano per misurare l’apprendimento è, soprattutto, imparare ad imparare.

Chi fa formazione, la fa davvero e bene, se induce i primi a diventare come i secondi, se convince coloro che partecipano ad un processo formativo a comprendere che il percorso è altrettanto importante, talvolta più importante, del semplice risultato da raggiungere, se opera dando un valore maggiore ai processi rispetto ai contenuti. Per chi vuole soltanto il risultato, per coloro che vedono la strada come separazione, non servono i formatori: bastano poche lezioni video e qualche dispensa informativa. Tante nozioni da memorizzare e indicazioni di comportamenti da riprodurre alla bisogna: se accade questo, devo fare quest’altro. Chi fa bene la formazione vede una strada che unisce la persona che incomincia il percorso con quella stessa persona quando lo avrà terminato. Chi impara come si fa a diventare Icaro rischia di perdere le ali e di precipitare in mare. Chi impara ad essere Ulisse, prima o poi, probabilmente, giungerà ad Itaca.

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