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Il limite come luogo di incontro con se stessi e con l’altro

Nonostante viviamo in una società improntata sul messaggio “vai bene se…”, spesso i giudici più severi di noi stessi siamo proprio noi. La ricerca della perfezione rischia di farci perdere di vista l’essenziale, la nostra autenticità. E se i limiti fossero una risorsa? Se io fossi un muro, mi immaginerei con delle crepe a rappresentare le mie fragilità: tra di esse filtra luce, a volte fungono da riparo a qualche animaletto… capita che nascano anche dei fiori!

di Graziana Servadei*

 

"Nessuno è perfetto", me lo hanno ripetuto centinaia di volte i miei genitori fin da quando ero una bambina. Nonostante questo ho sempre ricercato la perfezione, l'eccellenza partendo dai primi anni di scuola: era così bello e appagante vedere le reazioni gioiose e orgogliose di mio padre quando leggeva la mia pagella o il sorriso di mia madre quando rientrava a casa dopo i colloqui con gli insegnanti: "complimenti signora, nulla da segnalare. Buona, educata, bravissima", le dicevano a ogni incontro.
Crescendo è stato sempre più difficile, perché gli ambiti in cui "dover" eccellere si sono ampliati, sempre di più, sempre di più... così l'idea del perfezionismo si è scontrata con la realtà. La distanza percepita tra le due mi ha portato a un senso di frustrazione notevole in svariati momenti, lo ammetto. Oggi, però, ho capito che non si può essere "tutti bravi a fare tutto" e questo perfezionismo rischia di trasformare ogni esperienza in una competizione in cui si perde di vista l'obiettivo principale (ad esempio, per un esame universitario: imparare) focalizzandosi sulla mera conquista del podio (il voto, la lode).
Ognuno di noi ha capacità e padroneggia abilità diverse, ha punti di forza e di debolezza. Non è forse questo che ci rende unici?

Sono brava a cucinare piatti salati (meno quelli dolci perché in pasticceria ci vuole precisione nelle dosi e io vado generalmente "ad occhio"...sì, sono una sostenitrice del "q.b."), ma se brucio qualcosa non mi ritengo una pessima cuoca, solo un po' distratta (“la prossima volta userò il timer”). So di non essere particolarmente brava nel disegno a mano libera, ma se c'è un soggetto da copiare so essere piuttosto precisa (va beh, tralasciando la riproduzione di una foto dei miei genitori in cui ho disegnato un naso a mia madre che per la serie "Pinocchio, scansate", ma son dettagli...posso sempre dire che era un tributo alla corrente artistica del Cubismo.. o cambiare attività). Sono riuscita a lanciarmi con un paracadute da un aereo: fino a due anni fa (quando l'ho fatto) era assolutamente tra le cose che mi ero detta "questo non lo farò mai, ho troppa paura". Sono sopravvissuta al dolore della perdita di una persona cara, la più cara, la mamma: un tempo pensavo che non avrei resistito e sarei morta letteralmente di dolore. Non ho superato un test di accesso per un'università magistrale per cui avevo studiato mesi interi e mi sentivo preparatissima, ma ciò non mi ha fermata negli studi. E così via...
Ho punti di forza e punti di debolezza, piccoli o grandi che siano: ho fatto e faccio errori da cui posso imparare, ho limiti che riconosco e accetto e altri che invece ho superato/posso superare. Il tutto condito con una buona dose di lavoro sulla mia consapevolezza (qui non è sufficiente il "q. b.", meglio abbondare).

È importante che il fallimento non si percepisca come un'esperienza fortemente destabilizzante, che mette in crisi la propria immagine di sé, rendendo pericolosamente concreto il rischio di "rompersi". Quanto è vero, quanto è ovvio nella mia mente razionale... ma dovrei mettermi delle sveglie-promemoria sul cellulare che suonano quando la mente emotiva vacilla e prende il sopravvento.

So di essere brava nel mio lavoro, perché oltre alle abilità più "tecniche" ci metto il cuore. Ma non ho sempre avuto questa convinzione consolidata. Il lavoro dell'educatore è stato uno degli ambiti in cui ho sperimentato maggiormente i miei limiti. Se penso alla me-educatrice di ormai sei anni fa (santo cielo, sono già passati sei anni!) e la metto a confronto con la me-educatrice di oggi, riesco a vedere la sua crescita professionale.
Più volte sono inciampata nel generalizzare un mio errore o fallimento che dir si voglia, come la mia incapacità nel fare questo mestiere, ma nella pratica ho tratto insegnamenti imparando "per prove ed errori" e li ho custoditi nei cassetti della mia memoria: "cose da fare" e "cose da non fare".
Il mio lavoro mi ha permesso di ricordarmi quanto sia importante il lavoro su se stessi: la cura dell'altro non può avvenire in modo efficace senza la cura del sé. La mia figura professionale deve tenere a mente che la relazione di cura che si instaura avviene per prima cosa tra due persone, successivamente si può porre l'attenzione sui ruoli (educatore - ospite del CSRR). Prima di tutto io sono una persona con una storia, con punti di forza e di debolezza (senza stare a precisare quali/quanti/ecc..) e lo stesso vale per chi ho davanti. Ho imparato molto dai "miei ragazzi" (affettuosamente chiamo così gli ospiti dei centri). Sì, loro mi hanno insegnato tanto e questo è avvenuto perché si sono instaurate e consolidate relazione autentiche, umane in cui i miei limiti non sono stati nascosti da una corazza o resi invisibili da un mantello magico: professionalmente, li porto al lavoro con me per cercare di spostarli un "tassello" più in là ogni giorno o semplicemente accettandoli, e la scelta avviene sempre nel rispetto della disposizione dei "tasselli" dell'altro con cui devo rapportarmi.
I più grandi insegnamenti li ho sperimentati nei momenti in cui il mio ruolo di educatrice era stato messo da parte: non è che spariva, c'era e sia io che il mio interlocutore ne eravamo consapevoli, ma ciò su cui erano puntati i riflettori erano la mia e l'altrui umanità e quindi le fragilità riconosciute e accettate (è l'unico modo per farsi vicini a chi soffre).

In un periodo delicato della mia vita ho "usato" (passatemi il termine) il mio lavoro come distrazione dal mio dolore. Entravo da quella porta, cominciava il turno e mi dicevo che dedicarmi alla cura e alle sofferenze altrui mi autorizzava a non dover occuparmi delle mie. Poi un giorno, mentre stavo stirando e in generale faticavo a mostrare il mio sorriso migliore, un ospite che in quel momento nemmeno mi sembrava dirigesse la sua attenzione su di me, si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla dicendomi "su, su!" con una dolcezza tale che al solo pensiero mi commuove. Questo episodio mi fece rendere conto del fatto che io credevo di aver lasciato una parte di me fuori dalla porta ma in realtà lui l'aveva vista e l'aveva fatta entrate, accogliendola con un'autentica compassione (dal latino, "cum" e "patior", patire con l'altro).
Terminato il turno, il mio primo pensiero fu quella di non aver svolto bene il mio lavoro: "non sono stata professionale, perché ho mostrato - involontariamente - il mio stato d'animo negativo", "che educatrice sono?!". Poi mi sono detta che probabilmente mi sono ritrovata sorpresa e impreparata di fronte a quella situazione solo perché pensavo di avere tutto sotto controllo, mentre così non era. Fu un momento di condivisione autentico che porto nel cuore e che mi ha insegnato una grande lezione: la consapevolezza delle proprie fragilità è importante, perché al lavoro portiamo tutto, tutto il nostro bagaglio, luci e ombre, per quanto ci possiamo impegnare, portiamo tutto... tutto. Siamo noi stessi il nostro principale "strumento" di lavoro, quindi dobbiamo prendercene cura se vogliamo riuscire bene.

Aforisma del mese: "Sbagliare è umano, perseverare è diabolico". Sbagliare è caratteristica propria dell’essere umano, ma la consapevolezza di ciò non può diventare un attenuante per perseverare nello sbaglio, piuttosto deve trasformarsi in un mezzo per imparare dall’esperienza evitando l’errore il più possibile.

Bibliografia utilizzata
L’esperienza del limite nella professione dell’educatore, Pedagogika.it, 13 luglio 2016

* Graziana Servadei, dottoressa in Scienze e Tecniche Psicologiche ed educatrice, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

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