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Sogno di un futuro migliore. Trovare ciò che non abbiamo mai avuto, ritrovare ciò che abbiamo perso, vivere un presente arricchito dal passato e dal futuro

Quando ci si trova in grande difficoltà, una delle vie di sopravvivenza consiste nel rifugiarci nel sogno di un’esistenza migliore nel futuro.

di Carmine Lazzarini*

Quando ci si trova in grande difficoltà, una delle vie di sopravvivenza consiste nel rifugiarci nel sogno di un’esistenza migliore nel futuro. Alla speranza ha dedicato un importante saggio lo storico e filosofo tedesco Ernst Bloch (da non confondere con un altro grande storico, Marc Bloch, francese), che scriveva: “Tutto è caduco sotto la luna (e anche sopra): tuttavia questa caducità, questo limite e finitezza presuppone anche la brama non rassegnata di un soggetto”.
Ne Il principio speranza (1954) Bloch mostra come la capacità dell'uomo di anticipare con la speranza i progetti più alti, mettendo in moto il reale sviluppo storico, si manifesti innanzitutto nelle piccole forme immaginative che caratterizzano sia la vita quotidiana, sia i racconti fantastici o religiosi, che le comunità fanno a se stesse. In tutte queste forme della capacità anticipante dell'uomo, proprio la speranza è l'elemento fondamentale, la quale non è solo qualcosa di puramente soggettivo, ma anche aspetto reale dello sviluppo concreto dell'essere umano, che non è infatti ontologicamente definibile nella sua immediata staticità e cristallizzazione. Il vero, vitale essere, è il non-essere-ancora, ben rappresentato dalla speranza, intesa come concreta forza di voler costruire, inventare la realtà. Scrive:
L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perché di per sé desidera aver successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'aver paura, non è né passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece di restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno può essere loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono.
Ma nel sogno di un futuro migliore un ruolo importante gioca anche la nostalgia. Dato che le tutte cose, come gli esseri viventi, svaniscono nel tempo, uno dei sentimenti umani più diffusi è la nostalgia, nata dal dolore della perdita e dal desiderio del ritorno a un qualcosa che non esiste più o che abbiamo lasciato: un sentimento con cui ogni soggetto deve misurarsi, in quanto ogni esistenza ha a che fare con il distacco, la lontananza, la perdita: dei luoghi, dei tempi, delle cose, dei paesaggi, delle persone, che hanno riempito l'esistenza delle donne e degli uomini e che con la loro sparizione provocano dolore, rimpianto, desolazione, malinconia. Un vuoto a cui ogni soggetto si ribella, e che tenta di riempire con il ricordo, il racconto e la poesia, in modo che si realizzi una nuova presenza, resa possibile dalla parola, ma anche da ogni immagine che fornisca l'illusione di una permanenza.
Ma il ritorno di ciò che è passato è impossibile. Il ritorno al luogo originario è forse possibile, ma l'irreversibilità del tempo impone la sua legge, la legge del “mai più”. Tuttavia le donne e gli uomini nel corso della storia non si sono arresi all'impossibile ritorno, scoprendo con la parola, il racconto e la poesia soprattutto, ma anche le forme dell'arte, la possibilità del ritornare, restituendo una nuova vita per ciò che è scomparso. E' il modo umano, scrive Antonio Prete, di sconfiggere la tirannia del tempo: “il tempo con le sue rovine, con il suo precipitare nel mai più, nel gelo del non ritorno, è non solo un campo di descrizione della poesia, ma è la terra dove prende respiro l'esperienza di una trasformazione messa in atto dal linguaggio: quel che è finito torna ad avere una nuova presenza, quel che è vinto dalla sparizione torna a mostrarsi come vivente, quel che è perduto ritrova una sua figurazione” (Nostalgia. Storia di un sentimento).
Eugenio Borgna individua nuove sfumature, valenze inedite a questo universale vissuto: “Così viviamo, e ogni volta diamo l'addio a qualcosa di noi, che misteriosamente la nostalgia ci consente di ritrovare”. Perché, mentre compiamo l’immaginario ritorno al passato, spinti dal dolore della perdita, ampliamo la speranza di un ritorno effettivo, che si carica di attesa per l'avvenire. La nostalgia, al contrario del rimpianto, è intrisa di speranza. La nostalgia, “ci fa guardare alle esperienze del passato come esperienze che continuano a vivere nel cuore e nella memoria, e che rimarginano le ferite del presente, aiutandoci a resistere all'assenza di persone e luoghi che abbiamo amato”.
La nostalgia si presenta come metafora della vita, alla ricerca della quale si muove ogni autobiografo, per indagare le aree senza limite dell'interiorità, nutrita di ricordi e di emozioni. Prosegue Borgna: “La scintilla, che dà origine al movimento infinito della nostalgia, dei ricordi dei quali è nutrita, è l'insoddisfazione di quello che avviene nel presente, nelle ore effimere del presente, e il desiderio di allontanarsene, di metterlo fra parentesi, alla ricerca di una scialuppa di salvataggio, di una inconscia nostalgia della cura. Sì, la nostalgia come cura: come coagularsi di desideri che hanno perduto ogni loro orizzonte di senso nel presente, e che guardano al passato come possibile sorgente di salvezza (La nostalgia ferita).
La speranza, allora, non è più solo sguardo ottimisticamente diretto al tempo che verrà, bensì immersione nelle potenzialità insite nel presente, quando donne e uomini tentano di vivere cogliendo l'eternità nell'istante. La nostra coscienza del presente, che noi crediamo chiara, in effetti è offuscata: alla base del faro non c'è luce, diceva Bloch; dobbiamo noi dirigere la luce della speranza su ogni attimo della nostra vita presente, altrimenti la luce del faro si perde nella notte del futuro.
Scrive Gian Luca Barbieri: “La speranza si può generare nei percorsi di ricerca del senso perseguiti attraverso la scrittura, la creatività, la riflessione, la musica, la lentezza, il silenzio, che costituiscono ambiti di ricostruzione di sé e di resistenza verso una realtà caratterizzata dalla velocità… La speranza, in quanto ricerca di nuovi percorsi di senso e strumento che consente di guardare oltre la “terra di nessuno” o la “notte troppo prolungata” in cui vaghiamo distratti e angosciati, può germinare solo all’interno di contesti in cui ci si ferma e si persegue il pensiero autentico, quello che “oltrepassa senza cancellare” (Il pensiero e la speranza: per una memoria del futuro).

Donatella Puliga, Memoria del futuro: desiderio di un esisto positivo (La lettura, Corriere della sera, 29/11/2020): “è possibile studiare un’emozione che tutti oggi vorremmo sentirci iniettare come vaccino contro il deserto del presente: la speranza. Che nel mondo greco-romano non ricopriva esattamente lo stesso spazio emotivo che occupa per noi. Nella nostra percezione, la speranza implica non solo l’idea che un risultato desiderato sia realizzabile, ma comporta anche che quell’idea funzioni – sul piano della motivazione – come compensazione per l’incertezza del risultato. Non coincide quindi con l’ottimismo, che non ha lo stesso aspetto desiderativo ed è semmai più vicino alla realistica convinzione sugli esiti di un’azione. La speranza, invece, combina il forte desiderio di un esito positivo con la sensazione che questo potrebbe essere non realizzabile. Nei testi greci, già a partire dai testi omerici, elpis ha uno spettro semantico più ampio di quello che la speranza ha nella nostra lingua: significa infatti anche aspettativa, presentimento, non solo positivo.
L’ambivalenza della speranza è già scritta nel mito esiodeo di Pandora, la prima donna, che contravvenendo al divieto di aprire il famoso otre, fa sì che “tutti gli altri mali” si disperdano per il mondo e solo la speranza resti chiusa. Se il senso del passo fa della speranza stessa il rimedio rimasto agli uomini per tollerare i mali, non è forse vero che la sua coesistenza insieme ai mali potrebbe definire essa stessa come male? Quando poi, nell’Apologia di Socrate, il filosofo va incontro alla morte con l’elpis che questa non sia un danno per lui, ci dice che, pur nell’assenza di certezza, a quell’andare verso la condanna manca la paura: di questo phobos la speranza è il contrario, e non della disperazione, che in qualche modo, comunque la contiene. Se la paura si manifesta anche sotto forma di ansia anticipatoria, la speranza appare un piacere anticipatorio, che – come Platone chiarisce nel Filebo – si gioca nel futuro e nel desiderio. Il suo rapporto col tempo è definito da Aristotele, secondo il quale elpis gioca, rispetto agli eventi futuri, il ruolo che la memoria (mneme) gioca rispetto al passato e la sensazione (aisthesis) rispetto al presente.
La speranza è dunque memoria del futuro. A Roma era la personificazione divina di una virtù. Considerata una qualità positiva della leadership, spes realizzava le aspettative del popolo, proteggeva il princeps, aveva una valenza pubblica. Ieri come oggi le emozioni si rispecchiano nei modi di essere del corpo, anche la speranza non è una realtà emotiva disincarnata, non è la spes sine corpore che condanna Narciso all’abisso dell’illusione, ma è fatta di volti, quei volti altrui di cui dovremmo sentire la responsabilità. E ancora – qui si sprigiona la potenza delle metafore – la speranza condivide lo statuto di ogni realtà fragile e bisognosa di cura: che si nutre, si accarezza, si coltiva. I suoi verbi virano verso quelli che pure appartengono all’amore, senza escludere nemmeno le sfumature dell’illusione e della delusione.
Come l’amore, la speranza si impara. E può accadere allora che, pur alimentandosi della nostra incertezza, essa resista al suo naufragio e diventi realtà generativa. Se, come scrive W. Benjamin, la speranza ci è data solo a favore di chi non ha speranza, donarla agli altri significa anche non lasciarla morire in noi, farla diventare doveroso ascolto dell’infinito che ci attraversa. Come sperare oggi? Stando dinnanzi al futuro, alla sua incertezza, con la trepidazione di chi attende e intanto nutre questa creatura fragile senza la quale la vita si chiude ai riverberi dell’altrove.

* Pedagogista ed esperto in autobiografia, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

 

 

 

 

 

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