STIMOLI - STORIE E POESIE

Riflessioni e suggestioni tratte dalla letteratura
e dalla realtà di tutti i giorni

Gagarin - Claudio Baglioni

Sessant'anni fa, il 12 aprile 1961, Yuri Gagarin, cosmonauta sovietico, fu il primo uomo ad entrare in orbita intorno alla Terra, aveva 27 anni. L'impresa durò solo 108 minuti, ma cambiò per semprre la storia e la scienza dell'umanità. Per l'occasione una pubblicità della Pirelli trasmessa da Carosello recitò: "Non è diverso, è come noi. Mente, cuore e nervi sono come i nostri. Solo che lui ha accettato di essere il primo. Per questo è diverso e per questo ricorderemo che si chiamava Yuri e che aveva 27 anni". Morì sette anni dopo, a 34 anni schiantandosi con un aereo militare, in circostanze mai chiarite. Per ricordarlo, propongo il testo di una canzone di Claudio Baglioni a lui dedicata, scritta nel 1977 e contenuta nell'album Solo.
 


Quell'aprile si incendiò
Al cielo mi donai
Gagarin figlio dell'umanità

E la terra restò giù
Più piccola che mai
Io la guardai non me lo perdonò

E l'azzurro si squarciò
Le stelle trovai lentiggini di Dio
Col mio viso sull'oblò
Io forse sognai
E ancora adesso io volo

E lasciavo casa mia
La vodka ed i lillà
E il lago che bagnò il bambino Yuri

Con il piede io scansai
Bugie volgarità
Calunnie guerre maschere antigas

Come un falco mi innalzai
E sul Polo Nord sposai l'eternità
Anche l'ombra mi rubò
E solo restai

E ancora adesso io volo
E ancora adesso io volo
Volo
Volo
Nell'infinito io volo

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Il sole nero - Gianni Rodari

Quarant'anni fa, il 14 aprile 1980, moriva Gianni Rodari, un Maestro della fantasia e della scrittura per l'infanzia. I suoi racconti, le sue poesie, le sue filastrocche sono attuali come quando furono scritte, ormai troppo tempo fa. Se fosse vivo, il 23 ottobre del 2020 compirebbe 100 anni. Per ricordarlo, propongo una sua splendida poesia che ha un po' a che fare anche con il tempo che stiamo vivendo.
 

La mia bambina
ha disegnato
un sole nero, di carbone,
appena circondato
di qualche raggio arancione.
Ho mostrato il disegno a un dottore;
Ha scosso la testa. Ha detto:
- La poverina, sospetto,
è tormentata da un triste pensiero,
che le fa vedere tutto nero.
Nel caso migliore
ha un difetto di vista:
la porti da un oculista. -
Così il medico disse,
io morivo di paura.
Ma poi guardando meglio in fondo al foglio
vidi che c’era scritto, in piccolo: “l’eclisse”.
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Orazione funebre per Cesare (Giulio Cesare, atto III, scena II) - William Shakespeare

MARCO ANTONIO:
Amici, Romani, concittadini, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Cesare. Il nobile Bruto v’ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Bruto e degli altri – ché Bruto è uomo d’onore; così sono tutti, tutti uomini d’onore – io vengo a parlare al funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Molti prigionieri egli ha riportato a Roma, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Cesare? Quando i poveri hanno pianto, Cesare ha lacrimato: l’ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d’onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re ch’egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch’egli fu ambizioso; e, invero, Bruto è uomo d’onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Cesare e debbo tacere sinché non ritorni a me.
 
Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso. Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che Cesare lo indossò; era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse i Nervii: guardate, qui il pugnale di Cassio l’ha trapassato: mirate lo strappo che Casca nel suo odio vi ha fatto: attraverso questo il ben amato Bruto l’ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue di Cesare lo seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no Bruto che così rudemente bussava; perché Bruto, come sapete, era l’angelo di Cesare: giudicate, o dèi, quanto caramente Cesare lo amava! Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando il nobile Cesare lo vide che feriva, l’ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente lo sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello, proprio alla base della statua di Pompeo, che tutto il tempo s’irrorava di sangue, il gran Cesare cadde. Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti! Allora io e voi, e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m’accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato, come vedete, dai traditori.
 
Buoni amici, dolci amici, che io non vi sproni a così subitanea ondata di ribellione. Coloro che han commesso questa azione sono uomini d’onore; quali private cause di rancore essi abbiano, ahimè, io ignoro, che li hanno indotti a commetterla; essi sono saggi ed uomini d’onore, e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno. Non vengo, amici, a rapirvi il cuore. Non sono un oratore com’è Bruto; bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l’ingegno, ne la facondia, né l’abilità, né il gesto, né l’accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona; vi dico ciò che voi stessi sapete; vi mostro le ferite del dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Bruto, e Bruto Antonio, allora vi sarebbe un Antonio che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Cesare, così da spingere le pietre di Roma a insorgere e ribellarsi.
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Lentamente muore (Ode alla vita) - Martha Medeiros

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell'abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente
chi fa della televisione il suo guru.
Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle "i"
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all'errore e ai sentimenti.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo
quando è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l'incertezza
per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita,
di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore
chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in sé stesso.

Muore lentamente
chi distrugge l'amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce
o non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore
del semplice fatto di respirare.

Soltanto l'ardente pazienza
porterà al raggiungimento di una splendida felicità.
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I giardinieri - Jacques Dropsy

I giardinieri hanno imparato che non si può forzare la natura, che si può solo conoscerla, seguirla e facilitarne i compiti. Se occorre un anno perché nel nostro clima una pesca arrivi a maturazione, è inutile cercare di ottenerla in sei mesi, poiché il frutto che si otterrà non è che l’imitazione esteriore di una pesca, ne avrà la forma e il colore ma non il sapore né il valore nutritivo. I giardinieri, avendo appreso tutto questo con l’esperienza, hanno una infinita pazienza, sanno bene che non sono loro a far maturare la pesca, ma sanno anche qual è il valore del loro sforzo quotidiano che permette alla natura di dare frutti di una bellezza e di un sapore che non hanno confronti con quelli selvatici. Sono fieri del loro compito e questo dà loro la forza di lavorare giorno dopo giorno e anche di accettare che, con una gelata o la grandine, la natura possa distruggere il risultato del loro lavoro. Sapere questo li libera da una inutile tensione verso il risultato che devono ottenere. L’obiettivo da raggiungere continua a sussistere e guida sempre gli sforzi in ogni momento, ma se il giardiniere non è impaziente svolge il suo lavoro con profonda tranquillità.
I giardinieri hanno imparato anche un’altra cosa dalla natura: che nessun risultato può essere ottenuto direttamente. Non si fanno crescere i rami spingendoli verso l’alto, bisogna allontanare l’attenzione dal frutto che si vuole ottenere e rivolgere i propri sforzi da un’altra parte. Il risultato che si spera di ottenere in alto sarà raggiunto con un lavoro indiretto verso il basso, verso la terra da seminare, da arare, da concimare. E’ su tutti questi mezzi che bisogna concentrare la propria attività se si vuole un giorno giungere ai fini che ci si era proposti.
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Cyrano di Bergerac (Atto secondo, Scena ottava) - Edmond Rostand

Orsù, che dovrei fare?
Cercarmi un protettore, eleggermi un signore?
E come l’edera che dell’olmo tutore
accarezza il gran tronco e ne lecca la scorza,
arrampicarmi, invece di salire con forza?
No, grazie.

Dedicare, com’usa tradizione,
dei versi a dei ricconi, far l’arte del buffone
pur di veder alfin le labbra di un potente
schiudersi ad un sorriso benigno e promettente?
No, grazie.

Saziarsi di rospi, digerire
lo stomaco per forza nell’andare e venire,
consumato di ginocchia a misurar le altrui scale,
far continui prodigi di agilità dorsale?
No, grazie.

Accarezzare con mano abile e scaltra
la capra e intanto il cavolo innaffiare con l’altra,
ed aver sempre il turibolo sotto dell’altrui mento
per la divina gioia del muto incensamento?
No, grazie.

Progredire di girone in girone,
diventare un grand’uomo tra cinquanta persone?
E navigar con remi di madrigali e avere, per buon vento,
i sospiri di vecchie fattucchiere?
No, grazie.

Pubblicare presso un buon editore,
pagando, i propri versi? No, grazie dell’onore.

Brigar per farsi eleggere papa nei concistori
che per entro le bettole tengono i ciurmatori?
Sudar per farsi un nome su di un picciol sonetto
anziché scriverne altri? Scoprire l’ingegno eletto
agli incapaci, ai grulli? Alle talpe dare ali,
lasciarsi sbigottir dal rumor dei giornali?
E sospirare, e pregare a mani tese
purché il mio nome appaia su un giornale francese?
No, grazie.

Calcolare, tremar tutta la vita,
far piuttosto una visita che una strofa tornita?
E scrivere suppliche e farsi qua e là presentare?
Grazie, no. Grazie, no. Grazie, no.

Ma, cantare, sognare e ridere libero e indipendente.
Aver l’occhio sicuro e la voce possente.
Mettersi, quando piaccia, il feltro di traverso.
Per un sì, per un no battersi o fare un verso.
Lavorar, senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio nella luna.
Nulla che sia farina d’altri scrivere e poi, modestamente, dirsi:
ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia
purché nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga.
Poi, se venga il trionfo per fortuna o per arte,
non dover darne a Cesare la più piccola parte.
Aver tutta la palma della meta compita
e disdegnando d’essere l’edera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto,
salir, anche non alto, ma salir senza aiuto.

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Il segno del destino - Sergéj Esenin

Tutto ciò che è vivo
Porta un segno speciale dall’infanzia.
Se non fossi poeta
Certamente sarei malandrino o ladro.
Magrolino, di bassa statura,
Sempre eroe fra i compagni,
Spesso, spesso, col naso rotto,
Me ne ritornavo a casa.
E incontrando la mamma spaventata
Sussurravo con la bocca piena di sangue:
– Nulla! Ho inciampato su un sasso,
Domani sarà tutto guarito. –
Ma anche adesso, benché sia freddata
La bollente trama di quei giorni,
Un’audace, inquieta forza
Si rovescia nei miei poemi.
Un mucchio d’oro di parole,
E su ogni riga, senza fine,
Si rispecchia l’antica baldanza
Del monello e dell’attaccabrighe.
Come allora sono fiero, temerario.
E cammino soltanto su terre vergini.
Se allora mi picchiavano sul muso,
Adesso è tutta l’anima che sanguina.
Adesso dico non più alla mamma,
Ma a un’estranea sghignazzante marmaglia:
– Fa nulla! Ho solo inciampato su un sasso.
Domani sarà tutto guarito –.
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Le cose più importanti sono le più difficili da dire - Stephen King, Stagioni diverse, Stand by me

Le cose più importanti sono le più difficili da dire. Sono quelle di cui ci si vergogna, perché le parole le immiseriscono. Le parole rimpiccioliscono cose che finché erano nella vostra testa sembravano sconfinate, e le riducono a non più che a grandezza naturale quando vengono portate fuori. Ma è più che questo, vero? Le cose più importanti giacciono troppo vicine al punto dov’è sepolto il vostro cuore segreto, come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che i vostri nemici sarebbero felicissimi di portar via. E potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto, senza capire perché vi sembrava tanto importante da piangere mentre lo dicevate. Questa è la cosa peggiore, secondo me. Quando il segreto rimane chiuso dentro non per mancanza di uno che lo racconti, ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.

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Per conoscerci l’un l’altro - Prem Prakash Malla

Io non ti conosco
tu non mi conosci
sediamoci insieme
per conoscerci.

Lasciami guardare nei tuoi occhi
tu, per favore, guarda nei miei.
Stringiamo e rafforziamo
i nostri legami
e spingiamoci oltre
per conoscerci l’un l’altro.

Lascia che ti dica qualcosa
tu, per favore, dimmi qualcosa
lascia che io conosca qualcosa di te
tu, per favore, apprendi qualcosa su di me
e spingiamoci oltre
per conoscerci l’un l’altro.

Lascia che io ti canti una canzone
tu, per favore, cantane una per me
lascia che io faccia qualcosa per te
tu, per favore, fai qualcosa per me
e spingiamoci oltre
per conoscerci l’un l’altro.
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In quel momento apparve la volpe - Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe, capitolo XXI

In quel momento apparve la volpe.
“Buon giorno”, disse la volpe.
“Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
“Sono qui”, disse la voce, “sotto il melo…”
“Chi sei?” domandò il piccolo principe, “sei molto carino…”
“Sono una volpe”, disse la volpe.
“Vieni a giocare con me”, le propose il piccolo principe, “sono così triste…”
“Non posso giocare con te”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.
“Ah! scusa”, fece il piccolo pincipe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
“Che cosa vuol dire addomesticare?”
“È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”
“Creare dei legami?”
“Certo”, disse la volpe. “Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo”.
“Comincio a capire”, disse il piccolo principe. “C’è un fiore… credo che mi abbia addomesticato…”
“Se tu mi addomestichi”, continuò la volpe, “la mia vita sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…”
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
“Per favore… addomesticami”, disse.
“Volentieri”, rispose il piccolo principe, “ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose”.
“Non si conoscono che le cose che si addomesticano”. disse la volpe. “Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”
“Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.
“Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe. “In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…”
Il piccolo principe ritornò l’indomani.
“Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe. “Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.
“Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.
“Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe. “È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”.
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“È vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“È certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”
“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.
Poi soggiunse:
Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto”.
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
“Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente”, disse. Voi siete belle ma siete vuote. Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa”.
E ritornò dalla volpe.
“Addio”, disse.
“Addio”, disse la volpe. “Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi”.
“L’essenziale è invisibile agli occhi”, ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
“È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante. Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato”.

 

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Ogni caso - Wisława Szymborska

Poteva accadere. 
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano. 
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra. 
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.

Dunque ci sei? Dritto dall’attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì?
Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo. 
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

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Lettera del 27 giugno 1932, a Iulca - Antonio Gramsci

Carissima Iulca,
ho ricevuto i tuoi foglietti, datati mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean, credo, che era un piccolo impiegato in una amministrazione municipale di Parigi. La novella si intitolava In uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela.
Un uomo fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancor vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passare gente.
L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. Che c’è? Domandò. – Vorrei uscire dal fosso, rispose l’uomo. – Ah, ah! Vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre così l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per le leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza! – E si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato.
Si sentono altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: ah, ah! Sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire come ho fatto io? – E si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale.
E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di Dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa.
Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze. – Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte.
Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore.
Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.
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La stretta de mano - Trilussa

Quella de dà la mano a chicchessia,
nun è certo un’usanza troppo bella:
te pò succede ch’hai da strigne quella
d’un ladro, d’un ruffiano o d’una spia.

Deppiù la mano, asciutta o sudarella,
quann’ha toccato quarche porcheria,
contiè er bacillo d’una malatia,
che t’entra in bocca e va ne le budella.

Invece a salutà romanamente,
ce se guadambia un tanto co l’iggiene,
eppoi nun c’è pericolo de gnente.

Perché la mossa te viè a dì in sostanza:
“Semo amiconi … se volemo bene …
ma restamo a ‘na debbita distanza”.

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Una partita a scacchi - Tonino Guerra

Un inglese e una russa si conobbero a Capri, ed ebbero un breve ma struggente incontro d'amore. L'inglese partì per Londra e la russa se ne tornò sulla sua grande pianura. Avevano deciso di continuare il loro amore giocando una lunga partita a scacchi a distanza. Ogni tanto arrivava una lettera dalla Russia con la mossa da fare e ogni tanto arrivava in Russia la lettera coi numeri da Londra. Intanto l'inglese si sposò ed ebbe tre figli. Anche la russa ebbe un felice matrimonio. La partita a scacchi, con una lettera ogni cinque o sei mesi, durò vent'anni. Poi un giorno arrivò all'inglese una mossa di cavallo così astuta che gli mangiò la regina, e lui capì che questa mossa l'aveva fatta un'altra persona per indicargli che la signora era morta.

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Parole - Anne Sexton

State attenti alle parole,
anche a quelle miracolose.
Per le miracolose diamo il meglio,
brulicano alle volte come insetti
lasciando non un pizzico ma un bacio.
Possono essere buone come le dita.
Possono essere affidabili come le rocce
su cui mettiamo il sedere.
Ma possono essere sia margherite che ferite.

Eppure io le amo.
Sono colombe cadute dal soffitto.
Sono sei arance sacre appoggiate in grembo.
Sono gli alberi, le gambe dell’estate,
e il sole, con il suo volto appassionato.

Eppure spesso mi deludono.
Ho così tanto da dire,
così tante storie, immagini, proverbi, ...
Ma le parole non ce la fanno,
mi baciano quelle sbagliate.
A volte volo come un’aquila
ma con le ali dello scricciolo.

Provo comunque a prendermene cura
e ad essere gentile.
Uova e parole vanno maneggiate con cura.
Una volta rotte non si possono
riparare.

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Il re, l'elefante e i ciechi (Racconto tradizionale)

C’era una volta un re che mandò a chiamare tutti coloro che erano nati ciechi. Poi mandò a chiamare il proprietario di un elefante e gli fece portare in piazza l’animale.

Chiamando ad uno ad uno i ciechi diceva loro: “Questo è un elefante, secondo a te a cosa assomiglia?” E uno diceva una caldaia, un altro un mantice, a seconda della parte di animale che gli era stata fatta toccare. Un altro toccava la proboscide e diceva che era il ramo di un albero. Per  uno le zanne erano un aratro. Per un altro il ventre era un granaio. Chi aveva toccato le zampe le aveva scambiate per le colonne di un tempio. Chi aveva toccato la coda aveva detto che era la fune di una barca. Chi aveva messo la mano sull’orecchio aveva detto che si trattava di un tappeto.

Quando ognuno dei ciechi incontrò l’altro dicendo quello a cui, secondo lui, assomigliava l’animale discutevano perché ciascuno di loro era convinto di quello che aveva toccato. Perciò, quando chiedevano loro a cosa somigliasse un elefante ognuno diceva l’oggetto che gli sembrava di aver toccato.

Il re, vedendoli così convinti e sicuri, e anche litigiosi, si divertiva un mondo, ma alla fine decise di aiutarli a capire. A due a due li invitò a toccare quello che aveva toccato l’altro chiedendo loro a che cosa assomigliasse. Così tutti dicevano quello che prima sosteneva l’altro e si invertirono i ruoli. Come se fosse stato un gioco, li invitò a parlare tra di loro e alla fine tutti si formarono un’idea di come in realtà l’elefante fosse.

Tutti erano d’accordo che era un mantice con un ramo di un albero nel mezzo e a lato un aratro con due tappeti sopra a un granaio, sostenuto da colonne e tirato da una fune di barca.

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Se potessi vivere di nuovo la mia vita - Jorge Luis Borges

Se potessi vivere di nuovo la mia vita.
Nella prossima cercherei di commettere più errori.
Non cercherei di essere così perfetto, mi rilasserei di più.
Sarei più sciocco di quanto non lo sia già stato,
di fatto prenderei ben poche cose sul serio.
Sarei meno igienico.

Correrei più rischi,
farei più viaggi,
contemplerei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei in più fiumi.

Andrei in più luoghi dove mai sono stato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali, e meno problemi immaginari.

Io fui uno di quelli che vissero ogni minuto
della loro vita sensati e con profitto;
certo che mi sono preso qualche momento di allegria.

Ma se potessi tornare indietro, cercherei
di avere soltanto momenti buoni.
Ché, se non lo sapete, di questo è fatta la vita,
di momenti: non perdere l'adesso.

Io ero uno di quelli che mai
andavano da nessuna parte senza un termometro,
una borsa dell'acqua calda,
un ombrello e un paracadute;
se potessi tornare a vivere, vivrei più leggero.

Se potessi tornare a vivere
comincerei ad andare scalzo all'inizio
della primavera
e resterei scalzo fino alla fine dell'autunno.

Farei più giri in calesse,
guarderei più albe,
e giocherei con più bambini,
se mi trovassi di nuovo la vita davanti.

Ma vedete, ho 85 anni
e so che sto morendo.

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Restano tre cose - Fernando Sabino

Di tutto, restano tre cose:
la certezza
che stiamo sempre iniziando,
la certezza
che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza
che saremo interrotti prima di finire.

Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione
un nuovo cammino,
della caduta
un passo di danza,
della paura
una scala,
del sogno
un ponte,
del bisogno
un incontro.

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Itaca - Constantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo
né nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti – finalmente, e con che gioia –
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta, più profumi
inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E sa la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

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Morte di un equilibrista - Adriano Sofri

Il 23 marzo del 1978, giovedì, vidi alla televisione, la morte di un equilibrista latinoamericano di 73 anni. Camminava su un cavo teso fra due grattacieli, con l’asta in mano, e non sembrava un vecchio. All’improvviso si fermò, assaltato da una ventata più forte, e si chinò lentamente, facendo oscillare l’asta per raccogliere l’equilibrio e resistere. Alcuni secondi: poi si capì che aveva ceduto, e si abbassò, ancora lentamente, ma senza più lottare, scivolò attorno al cavo, sembrò non tentare neanche di afferrarvisi; e si lasciò cadere, stanco e vecchio, ora. Si schiantò. Erano in dodici, nella sua famiglia, morti così, riferì il cronista. Lui era il più bravo del mondo. Fra la gente che assisteva parecchi svennero. La gente non ama la morte, la caduta, ama il rischio, l’allusione alla morte: sul filo, l’acrobata è sensacional; caduto, è uno di noi.

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